LOTTA LIBERA GRECO ROMANA

La lotta si distingue in due stili differenti: stile libero e greco-romana. Nello stile libero è consentito atterrare l'avversario con prese alle braccia, al corpo ed alle gambe. Nella greco- romana invece non sono ammessi colpi al di sotto della cintura e le gambe dei due contendenti non possono entrare in contatto; questa caratteristica fa della greco-romana il sistema più spettacolare rispetto allo stile libero. Lo scopo comunque è quello di atterrare con le spalle a terra l'avversario. La lotta greco-romana contrariamente a ciò che il suo nome potrebbe far supporre non ha nulla da vedere con queste due civiltà del passato e tantomeno con i colpi della lotta antica (Pancrazio) che venivano praticati con le mani coperte da guanti "farciti" da pezzi di vetro. Fu un italiano Basilio Bertoletti che verso la metà dell'Ottocento definì con tale denominazione questa disciplina. I colpi nella lotta g.r. sono 5 ma essi vengono portati in tutte le condizioni e posizioni possibili, creando così un immenso repertorio tecnico. I primi cenni storici della lotta si hanno già nella Bibbia, quando Mosè la definisce un ottimo "avviamento alla ginnastica bellica". Come tutti gli sport, anche la lotta ha subito, nel tempo, una graduale ma costante evoluzione, tale da porla, oggi, tra le discipline più complete, formative e spettacolari. In Italia dal secolo XII° al secolo XIV°, esistevano forme di combattimento a mani libere praticate in ogni ceto sociale. queste si dividevano in una lotta come difesa personale, composta: da colpi di pugno, piede, prese, lotta corpo a corpo , eccetera. e, in una lotta come gioco, praticata però solo eretta e con precise regole (fig. 1-3). Tale lotta in ambito popolare, poteva eseguirsi vestiti o con le sole mutande, avendo tutte le parti del corpo cosparse d'olio per evitare facili prese all'avversario. di quest'ultimo modo di lottare, viene riportata la notizia all'inizio del Trecento dal Dante Alighieri in alcune rime della sua Divina Commedia. "Fenno una rota di sè tutti e trei. Qual sogliono i campion far nudi ed unti, Avvisando lor presa e lor vantaggio, Prima che sien tra lor battuti e punti". Tra gli anni 1374 - 1377, un commentatore del poeta, l'imolese Benvenuto Rambaldi, proprio a riguardo di queste rime, riferisce la notizia come la lotta in questo secolo era molto praticata, particolarmente nelle feste dei paesi di campagna: "Sicut etiam a simili videmus hodie. ad a festa maxime quae fiunt in villis, quod luctantes ad brachia abiiciunts vestes quae habeant impedire eos et antequam se capiant avisant valde bene commoditatem suam, ut abeant quisque suam praerogativam". "Così similmente anche oggi vediamo, durante le feste che avvengono nei villaggi che i lottatori si tolgono dalle braccia quelle vesti che potrebbero impedirli e prima che si prendino, osservano assai bene la loro occasione favorevole, affinchè ciascuno abbia il suo vantaggio".